lunedì 30 maggio 2011

Trasformazioni urbanistiche: il cinema Pace



Fotografie scattate da Gianfranco Nodolini tra il 1977 e il 1980


maggio 2011

sabato 28 maggio 2011

Palazzo dei Marchesi Gonzaga in Luzzara.

L’edificio che ospita l’Oratorio di Luzzara è stato il Palazzo dei Marchesi Gonzaga di Luzzara che furono i Feudatari o Signori di queste terre dalla metà del XV secolo alla metà del secolo XVI.
Come tutte le dimore dei Signori, anche la residenza dei Marchesi Gonzaga di Luzzara era adorna di affreschi e soffitti in legno, molti dei quali erano ancora presenti verso la fine del XIX secolo.
Proponiamo ai lettori la testimonianza diretta dell’Ing. Magnanini Franceso, che descrisse il palazzo su “Arte Italiana Decorativa ed Industriale” del 1894. Lasciamoci guidare dall’immaginazione per ricostruire, almeno nella fantasia, gli splendori ormai perduti di Luzzara.
“Il vecchio palazzo di Luzzara trovasi in quella parte dell’abitato, ove esisteva il castello, che fu demolito al principiare del 1702. Appartiene al Demanio e si chiama Macina, perché servì in passato per l’esazione di un balzello sulle granaglie, detto Macina, istituito nel 1760 e poscia soppresso. Oltre a quel nome porta il titolo di frumentaria, perché fu ed è addetto alla riscossione di un onere livellario feudale, tuttora esistente, corrisposto in grano ai Dominanti o allo Stato da molti terreni del comune di Luzzara, ritiensi fino dal 1557.
Il palazzo serve ora per magazzini, granaio e stanze appigionate ad operai. L’edificio, completamente isolato, risulta di un corpo maggiore, lungo m. 15, largo m. 12,50, e di un corpo minore aderente nel lato di meriggio, lungo m. 5, largo m. 12,50. Nell’altro lato, a settentrione, probabilmente si ergeva un secondo corpo laterale simmetrico.
Sul lato di levante esistevano nel muro tre arcate aperte e semicircolari di portico, le quali furono da tempo otturate con muratura, unitamente alle colonne. Due di tali colonne, le intermedie, sono completamente di marmo, le altre due, le estreme, hanno soltanto i capitelli in marmo mentre il rimanente è in laterizi. I capitelli delle due prime vanno riccamente ornati di fogliami d’acanto oblunghi ascendenti dal collaretto in su; i capitelli delle due estreme sono invece l’uno a foglie larghe e semplici, l’altro con sole due foglie, che sotto ai due angoli dell’abaco si ravvolgono in piccole volute.
L’edificio è a due piani. Il piano terreno non presenta a primo aspetto niente di rimarchevole, avendo i muri imbiancati da tempo più o men remoto, e i soffitti guasti ed anneriti. Però levando con una lama sottile gli starti di bianco sotto le travi si trovano dei dipinti; così esaminando attentamente i soffitti, nelle parti un po’ conservate, si scorgono disegni d’ornati.
Questo pian terreno si compone di un atrio, dal quale si entra in una sala lunga m. 11,50, larga m. 5,75, alta 6,50, che serviva da ampio porticato, quando erano aperte le tre arcate esistenti sul muro di levante. Qui raschiando l’imbianco dei muri, trovasi sotto il soffitto un fregio di delfini, fogliami, vasi, con sopra una testina di donna; il tutto a tinta cinereo-chiara con linee scure di compimento e bianche pei lumi, e fondo rosso alternato con fondo giallo. Sotto il fregio sono intrecci di nastri con gruppi di frutti a colori, formanti larghi festoni.
Il soffitto è a travi, travicelli, assi, su cui venne disteso uno strato di calce. Le commessure fra le assi sono ricoperte da listerelli di legno, i quali con altri listerelli disposti in senso perpendicolare formano tanti quadrati. Fra i travicelli si trovano incastrate delle assicelle rettangolari e sotto i travetti gira una fascia inclinata pure di legno.
I soffitti degli altri ambienti al pianterreno ed al superiore sono fatti sul medesimo sistema, tutti con legname scelto di larice, e portano ornamenti consimili.
Il piano superiore si compone di due sale e due stanze, ove i soffitti appariscono meno guasti e le pareti hanno fregi ricorrenti sotto le travi; il rimanente dei muri è bianco. Le decorazioni nei soffitti trovansi sui listerelli , sui rettangoli, e sulle fasce. I listerelli hanno rosette a stampo in tinta neutro-scura su fondo bianco, e dentelli triangolari bianchi e scuri sui due smussi. I rettangoli portano delfini a tinta cinereo-chiara con linee scure di compimento, su fondo di tinta neutro-scura. Le fasce contengono semicircoli con piccoli calici di foglie, a tinta cinereo-chiara su fondo di tinta neutro-scura. Tali ornati sembrano coloriti sui pezzi di legno, prima che fossero applicati.
In alcune parti questo genere di soffitto s’assomiglia a quello del Palazzo Comunale di Viterbo, ma ne è più semplice.
Al di sotto dei soffitti girano nelle pareti fregi di fogliami, vasi, cornucopie, delfini, aquile, serpentelli, il tutto al solito, di colore cinereo-chiaro, con linee scure di compimento e bianche pei lumi e riflessi. Tali ornamentazioni hanno un aspetto di mestizia e di lutto.
In una delle due sale del primo piano si scorge dipinto a colori, sul camino, un ampio stemma della famiglia dei Marchesi Gonzaga.”
Del soffitto a cassettoni non ne rimane che un rilievo eseguito dalla Scuola d’Arte applicata all’Industria di Luzzara, mentre sono ancora visibili tracce dei fregi che giravano attorno ai soffitti dell’allora secondo piano, ora racchiuse al terzo.
Un affresco che era nella sala al pian terreno era stato staccato dal muro, collocato sopra ad una intelaiatura per la conservazione nel tempo e collocato presso la citata Scuola d’Arte applicata all’Industria di Luzzara.
Anche se per alcuni si tratta di un banale pezzo di intonaco, è pur sempre un frammento della storia di Luzzara, del quale se ne sono perse le tracce.

a cura di Paolo M.


Immagini degli affreschi e dei fregi che un tempo ornavano
il palazzo della Macina







sabato 21 maggio 2011

Quando il Po corrose l'argine maestro dirimpetto a viale Po


Non tutti sanno che verso la fine del settecento il Po scorreva talmente vicino a Luzzara che un giorno riuscì ad “ingoiarsi” un pezzo di argine maestro proprio dirimpetto al paese.
E tutto sommato andò anche bene se pensiamo alla fine che fece Riva di Suzzara, dove il Po, qualche anno dopo, non risparmiò nemmeno le case e la chiesa.
Erano anni in cui si cercava di incanalare il fiume e di renderlo navigabile. Spesso le sponde artificiali creavano correnti inaspettatamente violente, tanto da far modificare abbondantemente la posizione del letto del fiume.
Questa vicenda, in parte scritta dal figlio del Cavalier Cocconcelli, colui che a Luzzara seguì tutta la dipartita, ve la riassumiamo nel corso di queste poche righe.
I problemi iniziarono nel 1783 quando al Fogarino, nella zona chiamata Belgrado, il Po si avvicinò talmente all’argine maestro che fu necessario rivestire quest'ultimo con “gabbioni e gozzi” in grado di reggere la corrente del fiume. Questa operazione comportò che la forza della corrente si diresse dall’altra parte del fiume e mise in pericolo l’argine dalla parte di Dosolo. Una parte di argine maestro dirimpetto a Luzzara era stata costruita sopra ad un piano sabbioso di nessuna resistenza. Si cercò di salvarlo con “fascinoni e porcillamenti”, ma non ci fu nulla da fare: l’argine si mise in froldo - a diretto contatto con la corrente del fiume - pronto per essere ingoiato dalle acque. Per questo spinoso problema i governi si allarmarono e per ordine Borbonico vennero mandati tre esperti a controllare la situazione ed i loro pareri furono discordanti. Oltre al “pennello della sabbiata” costruito per salvare l’argine nei pressi dell’attuale via Lorenzini, vennero costruiti altri tre poderosi pennelli detti “San Francesco”, “del Guardiano” e “della Croce”. Nel 1799 venne terminato il tratto di argine nuovo che sostituiva la parte costruita sul piano sabbioso e che pian piano il fiume avrebbe corroso come dimostrano alcune mappe presenti in archivio di Stato a Parma. Nel 1801, con l’argine maestro nuovo di soli due anni si riuscì a contenere la piena in circostanze drammatiche. L’argine resse, ma per tenere l’acqua si dovette creare una cortina di sacchi alta 75 centimetri ed inoltre vennero posizionati dei pesi per diminuire il “le acque zampillanti” che trapassavano l’argine e fuoriuscivano dalla parte del paese.
Tutte le lavorazioni e le modifiche effettuate alla sponda luzzarese comportarono una modifica della corrente del fiume che andò a “sbattere” dall’altra parte. Come un effetto domino, anche “di là da Po” lavorarono per contrapporre una valida resistenza alla riva sinistra ed il risultato fu quello di far rimbalzare la forte corrente del fiume dalla nostra parte, nei pressi della zona di Riva di Suzzara con le note conseguenze della perdita del paese e della chiesa. Se avessero continuato a difendere la sponda con molta probabilità anche la frazione di Riva sarebbe stata risparmiata dalle acque del grande fiume.

Mirko Anselmi e Lorenzo Davoli

Legenda:

1) Via San Michele
2) Via Croce (l’attuale strada che porta al viale di Po)
3) Pennello della Sabbiata (dirimpetto all’attuale via Lorenzini)
4) Pennello di San Francesco
5) Pennello del Guardiano
6) Pennello della Croce (identificabile oggi con l’inizio dell’arginello a sud di Viale Po, quello che divide la golena aperta con il serraglio di Gallusi;
7) Il vecchio argine maestro corroso;
8) L’Attuale argine maestro costruito nel 1799.

FONTE





sabato 14 maggio 2011

Luzzara, 16 aprile 2011 - inaugurazione della nuova sede ANPI


Estratto dal discorso di Tullio Losi

Durante le mie solite passeggiate mi capita di passare per l'ex Piazza Toti (oggi Piazza Iscaro). Provo una certa amarezza nel vedere che dal muro è stata rimossa la targa della vecchia sede dell'ANPI. Sul momento, col mio solito pessimismo, concludo dentro di me che dal '45 in poi ne è trascorso del tempo, che la storia è tutto un divenire, che certi momenti storici vivono ormai solo nel ricordo. Ma sono ora qui nella nuova sede: dunque l'ANPI esiste ancora e ne provo un certo conforto. Nella mente e nel cuore riaffiorano dal passato le mie personali esperienze e i ricordi di quando ero un ragazzino. (...)

A Luzzara, negli anni della guerra, erano presenti molti giovani  partigiani che facevano parte di una squadra di azione. Nel nostro paese era quindi attiva la Resistenza al fascismo e alla Repubblica di Salò, alleata del nazismo di Hitler. Nella mente, davanti a me, ecco il giovane Franco (Filippini): è sorridente, sereno, tranquillo. Aiuta il papà Antonio e la madre Artemilla a lavorare i campi, quando ancora l'aratro era tirato dai buoi e si usavano la vanga e la zappa. Il fratello Erminio è in casa: sta studiando, vuole conseguire un diploma. I campi dei Filippini, tre biolche o poco più, sono al confine - al di là di un fossatello - dell'appezzamento di terreno che sta dietro la mia casa. Con Franco scambio talvolta qualche parola mentre anch'io lavoro: c'è la guerra e la vita è difficile. Quello che si può acquistare con la tessera annonaria è poca roba: qualche pianta di granoturco e qualche tubero di patata aiutano a sopravvivere. Anch'io, quattordicenne, devo impegnarmi: studio alle medie di Guastalla. Tutti i giorni avanti e indietro in bicicletta sull'argine, sotto i mitragliamenti e le bombe degli americani ormai sbarcati in Sicilia.
Di fianco alla casa dei Filippini ce n'è un'altra: vi abitano i Gardinazzi. Chi è quel giovane che ogni mattina apre le imposte della finestra di una camera da letto e per un momento si affaccia? Da poco tempo lo vedo, si chiama Claudio (Franchi). E' un nipote che viene da Bobbio in provincia di Piacenza. La madre, mondariso in Lomellina, lì ha conosciuto il fidanzato divenuto poi suo marito. Ha mandato il figlio dai nonni materni e dagli zii qui a Luzzara. E' il momento che anche i diciottenni devono presentarsi alle armi per servire la Repubblica di Mussolini. Claudio non vuole, ma per i renitenti c'è la pena di morte. Dunque eccolo lontano (forse presto la guerra sarà finita), in un'altra provincia.
La mia vecchia casa, di fianco alla terra che lavoro ha un passo carraio che sbocca nello stradello Zucchero, dopo una trentina di metri di terra ghiaiata e battuta. Oltre il cancello, sull'altro lato della strada e proprio di fronte, c'è una casa e lì davanti un altro giovane. Lo vedo spesso quando per un motivo o per l'altro esce dal cancello: è Balilla Nodolini.
Ritorno all'ingresso della mia abitazione in via Ospedale Vecchio, poi pomposamente via Eugenio di Savoia, vincitore due secoli prima della battaglia di Luzzara. C'è il via vai degli automezzi e dei militari tedeschi che occupano l'Italia dopo l'armistizio dell'8 settembre. La via che passa per Luzzara è un tratto della strada della Cisa, che da Verona (e dal Trentino) arriva a Parma e poi, scavalcando l'Appennino, a La Spezia. Vedo ora a piedi un giovane ventenne. Sì, lo conosco, abita anche lui nella mia via, poco più in là: si chiama Celestino (Iotti) ed è il fratello di Enzo, mio compagno di scuola alle elementari.
E nella mia casa, al n° 16, fino a poco tempo fa ha abitato mio zio Adolfo (tre anni di età e poco più mi separano da lui). Ha interrotto gli studi a Reggio Emilia perchè la stazione e la linea ferroviaria del capoluogo sono state bombardate, ma spera in un futuro di riuscire a diplomarsi in ragioneria: ha una mente tra le più attive. Era presente anche lui quando le S.S. tedesche hanno preso a fucilate Denis, il giovane soldato italiano che stava per essere deportato in Germania, in un campo di concentramento. Quando i tedeschi hanno sghignazzato dopo avere ucciso il ragazzo che aveva tentato di mettersi in salvo saltando dall'automezzo che lo trasportava (alla curva delle Fosse, dove ora c'è una rotonda). Adolfo ha stretto i pugni per la rabbia convulsa che lo animava, per il sentimento di avversione verso la crudeltà di quei militari che ridevano mentre il corpo del giovane era a terra sanguinante. Denis aveva 19 anni. Era appena stato chiamato alle armi e subito fatto prigioniero dai tedeschi quando ancora nella caserma i comandanti italiani, dopo l'armistizio, non sapevano che ordini impartire, quali provvedimenti prendere, mentre il Re di Savoia e Pietro Badoglio, nuovo capo del governo, fuggivano da Roma.

Si fanno ora più dolorosi i miei ricordi. Cala la sera, c'è il coprifuoco, l'oscuramento, nessuno può circolare e uscire di casa. Nel dicembre del '44, nelle ore serali, una pattuglia di polizia fascista arresta Franco e Erminio usciti per incontrare un amico nei pressi del campo sportivo. Quali accordi e quali impegni? Franco viene fucilato a Guastalla, sulla piazza. (...) Erminio, che ha assistito per costrizione all'esecuzione del fratello, viene deportato in un campo di concentramento.
L'armata di liberazione è ormai a Firenze. Tu lo sai perché la sera te lo dice Radio Londra. Ma quanto tardano gli americani ad arrivare! Tempo dopo sono sulla linea gotica, ai piedi dell'Appennino. Giunge  così la primavera del '45: è il mese di aprile. La Repubblica di Salò ha attivato le brigate nere fasciste che ora sono anche a Luzzara. I militi in divisa entrano nelle case, arrestano tutti gli uomini: tutti sono condotti in piazza Toti, è un rastrellamento. Poi a piedi li incamminano verso Reggiolo, dove alcuni giovani vengono trattenuti. Dopo pochi giorni verranno fucilati contro un muro, all'esterno del cimitero. Fra loro anche quelli che conosco, i miei vicini di casa: loro, i partigiani, i sappisti di Luzzara.
Adolfo nell'inverno aveva frattanto abbandonato la casa e la famiglia. In un biglietto lasciava scritto:
"Parto. Non vi posso dire dove vado. Non cercatemi."
Ora è sull'Appennino, si è arruolato fra i combattenti della brigata Garibaldi. (...) In un combattimento con i tedeschi, al passo dello Sparavalle, viene colpito e per lui giunge la fine della sua giovane età: aveva solo 17 anni.

Questi sono i miei ricordi dei partigiani di Luzzara, i patrioti della Resistenza, della lotta antifascista. E  a quelli che ho conosciuto personalmente voglio nel cuore unire gli altri che sono nel monumento ai caduti, in cimitero.
(...)

giovedì 5 maggio 2011