giovedì 25 novembre 2010

La nascita della biblioteca comunale

Cesare Zavattini era una persona unica. Trasferitosi a Milano come dipendente - prima della Rizzoli, quindi della Mondadori - continuò a sentirsi luzzarese e ad amare il suo paese. Diventato famoso come soggettista e sceneggiatore cinematografico (dei primi film neorealistici), a Roma (in via S. Angela Merici), dove viveva con la sua famiglia (la moglie era pure lei una luzzarese), riceveva in omaggio molti libri (romanzi, saggi...), sia dalle case editrici che dagli scrittori: speravano che ne traesse un eventuale soggetto. Cominciò a balenargli un'idea: perchè non creare una biblioteca a Luzzara, il suo paese? C'erano tanti analfabeti allora; c'era anche chi frequentava fino alla seconda elementare, per imparare a scrivere e a leggere, poi doveva cominciare ad apprendere un mestiere: all'epoca si lavorava sin da ragazzini.

Quando i libri ricevuti in regalo divennero numericamente rilevanti, pensò di spedirli a Luzzara, all'amministrazione comunale. I libri arrivavano a Luzzara chiusi in scatoloni di cartone, con spedizioni occasionali. Ma dove collocarli? Quando cominciarono a superare il centinaio e più, il sindaco (all'epoca Filippini) pensò prima di tutto che era necessario farne un elenco, quindi di riporli in un armadio. Il caso volle che nella sala del consiglio comunale ci fossero, nelle pareti subito dopo l'ingresso, due grossi armadi, che già contenevano qualche volume (soprattutto di Gabriele D'Annunzio). I libri di Zavattini furono così sistemati. E perchè non distribuirli in lettura? A chi? Con i lavori normali di allora, che richiedevano tanto tempo, forse di domenica qualche luzzarese poteva essere interessato. In più quei libri potevano interessare a qualche contadino che dalla campagna, a piedi, in bicicletta o a cavallo, veniva di domenica in paese per ascoltare la messa. Dove distribuirli? Proprio nella sala del consiglio comunale. E chi doveva distribuirli? Non c'erano soldi per assumere un bibliotecario e tutte le delibere comunali erano sottoposte all'approvazione della prefettura. Il sindaco si affidò alla buona volontà di due maestri elementari: Gastone Boni e Tullio Losi. Dalle 11 alle 12, ogni domenica, i libri cominciarono a passare di mano. Fra quei libri ce n'erano molti di autori stranieri - inglesi, francesi, americani - tradotti da Fernanda Pivano (casa editrice Einaudi). Si cominciò a distribuirli e a leggere.

Gli anni passavano e il numero di libri cresceva. Fu così che negli anni '60 l'amministrazione comunale pensò di istituire - anche per le insistenze di Zavattini che ogni anno, d'estate, era solito passare le sue vacanze a Luzzara - una biblioteca pubblica. Dove? Il comune, proprietario di un'area (tra via Dalai e via Soragna)  dove sorgeva l'asilo vecchio (orfanotrofio al tempo di Platestainer e successivamente - fine '800 primi del '900 - prima scuola elementare - vai alle foto dell'asilo vecchio), decise di edificare in quel sito (via Soragna) una struttura idonea ad ospitare l'ufficio di collocamento statale (stavano nascendo le prime officine e le prime fabbriche) e l'ambulatorio del medico della mutua (che assisteva, allora, solo i paesani iscritti nell'elenco dei poveri del comune). Il pianterreno venne così destinato agli uffici e alle sale d'attesa, mentre al piano superiore venne ricavata una piccola sala, detta civica, per la distribuzione e  la conservazione dei libri (la sala poteva inoltre servire anche per riunioni, convegni e per l'ascolto della musica). Scavando le fondamenta si trovarono dei resti di ceramiche che si fecero risalire al tempo dei Gonzaga ( vai all'articolo "La ceramica a Luzzara" ). Nata la biblioteca, occorreva ora redigere un regolamento. A chi affidarne la stesura? Si pensò ad Alfredo Soliani, una persona molto colta, amico tra l'altro di Cesare Zavattini. Costretto da una paralisi sulla sedia a rotelle, si dedicava agli studi, e all'epoca era l'unica persona del paese a padroneggiare l'inglese. Soliani chiese dei collaboratori: vennero "arruolati" Paolo Montanari (segretario della direzione didattica) e Tullio Losi (maestro elementare). Di laureati e diplomati del resto ce n'erano ben pochi a quel tempo.

Alfredo Soliani in Via Marconi - anni '50
Foto inviata da Rosa Gallusi

Era il 1967 e il regolamento venne finalmente approvato, ma ufficialmente la biblioteca doveva ancora essere inaugurata e pubblicizzata. Per dare maggiore risonanza all'evento chi invitare? Zavattini, che si interessava alle vicende luzzaresi, fece il nome di Mario Soldati, famoso scrittore e regista. Soldati passava le sue estati sulle colline Toscane, in una casa che si affacciava sul golfo di La Spezia e sulle località della Versilia. Ci fu uno scambio di lettere - il telefono ancora non c'era nelle case (1) - e il famoso scrittore e regista accettò l'invito (del suo amico Cesare Zavattini) all'inaugurazione della biblioteca di Luzzara (bisogna sottolineare il forte amore di Soldati per i luoghi del grande fiume, un  legame che nacque negli anni cinquanta con l'inchiesta televisiva "Viaggio nella valle del Po").

Per arrivare a Luzzara dalla Toscana bisognava attraversare il passo della Cisa (che a quei tempi faceva paura) in automobile. Una volta definite la data e l'ora (un giorno di settembre, verso sera  per favorire l'affluenza dei luzzaresi) si presero accordi con Felice Davoli, che con la sua auto si prestava a fare servizi taxi sia pubblici che privati.

 Mario Soldati in auto con Felice Davoli 
Foto gentilmente concessa dalla famiglia De Silvi

Zavattini, tutto contento, cominciò a pensare: "E dopo l'inaugurazione?"
Era necessario ospitare degnamente l'illustre ospite. Si pensò ad una cena al "Luccio", la trattoria del paese. Zavattini volle dare uno sguardo ai locali: i muri erano "affumicati" dalle stufe a legna, dal fumo delle sigarette, dei sigari, delle pipe. Si decise  perciò, insieme all'amministrazione, di dare un'imbiancata alle pareti. Inaugurata la biblioteca si andò quindi a cena. Il menù? Tortelli di zucca come primo. Poi? Salumi, formaggi... Zavattini volle fare arrivare in tavola una forma intera di formaggio parmigiano: che vedesse Soldati di che cosa eravamo capaci noi di Parma e Reggio, e dei paesi sulla riva del Po. Tra i presenti vi erano il sindaco (Bolondi) e i membri della giunta comunale. Da un ingresso laterale (che dava sul vicolo adiacente) alcuni luzzaresi curiosi entrarono e si sedettero anche loro a tavola. Tanto appetito, tanto entusiasmo! A causa degli inattesi ospiti il conto finale a carico dell'amministrazione fu ovviamente più alto di quanto preventivato, il che comportò vive proteste da parte dell'opposizione in consiglio comunale.

testimonianza di Tullio Losi

(1) A Luzzara esisteva un centralino telefonico situato in municipio al piano terra; si usavano anche i telegrammi e l'ufficio postale era anch'esso situato al pianterreno del municipio, entrando a sinistra.

domenica 21 novembre 2010

Curiosando tra le opere d'arte luzzaresi - Domenico Fontana

DOMENICO FONTANA - altare maggiore


Situato in chiesa a Luzzara, è costituito da marmi policromi, pietre dure e madreperle, tutto incastonato e intarsiato a regola d’arte. Le minuziose sfumature del marmo sono state effettuate scaldando piccole porzioni di questo prezioso minerale. Ne gradini sono incastonati uccelli e motivi vegetali. L’altare appoggia su un precedente altro in stucco e mattoni costruito nel 1726 simile a quelli delle navate laterali. I marmi vennero lavorati a Mantova da Domenico Fontana e giunsero a Luzzara per via fluviale. Sull’altare vengono riportati i tre temi fondamentali della fede cristiana: l’annunciazione sotto alla mensa, la Passione rappresentata da Gesù nell’orto del Getsemani sul tabernacolo e in alto la statua del Cristo Risorto. Domenico Fontana risulta scultore nel 1791 dell’altare marmoreo della chiesa di Palidano.

a cura di Lorenzo Davoli

sabato 20 novembre 2010

La torre nascosta

Leggendo i documenti storici che ci sono pervenuti riguardanti la struttura del paese, veniamo a comprendere che il complesso fortificato chiamato “il castello di Luzzara” era cinto da un ampio fossato, muri e torri di difesa. Di forma pressoché quadrata, i limiti del fossato che cingevano il castello attualmente corrisponderebbero a sud, a est e ad ovest con la strada di circonvallazione, a nord con viale Filippini. Piazzale Iscaro ossia l'ex Piazza Toti, denominata allora Piazza Grande, faceva parte del borgo ed era già esterna al perimetro del castello al quale si accedeva da due porte con ponte levatoio situate sull’attuale via Avanzi, una a nord (incrocio con via Filippini) e una situata a sud (tra il municipio e la circonvallazione). Nel 1557, forse per le mutate strategie politiche e militari, forse per motivi economici, vennero atterrate le mura e i “torresini” del castello mantenendo comunque a difesa del paese la rocca con la sua alta torre situata anch’essa nella zona del castello, all’incirca dove attualmente si trova la torre civica. Dalla planimetria del 1599 conservata in Archivio di Stato di Mantova, disegnata dallo straordinario fattore dei Gonzaga Rodericus hermosilla, apprendiamo che una torre di difesa della cinta esterna non venne demolita nel 1557 in quanto la si trova disegnata nell’angolo nord est dell’attuale piazza del teatro. Questa torre è ancora esistente e la si trova inglobata nelle case che circondano piazza del teatro. L’antica struttura ora fa parte di una abitazione privata. Il piano terra ha dimensioni all’incirca quadrate, di metri 3.50 x 3.50 e il soffitto è un solaio con struttura in legno e pianelle in laterizio di epoca successiva alla costruzione della torre. Sul lato est c’è una porta dove si esce verso l’esterno. Sul lato sud, una ripida scala posticcia porta alla camera del piano primo, unico ambiente dove all’altezza di metri 1.80 si innesta un soffitto costituito da un possente volto a botte a tutto sesto certamente originale. Al piano primo la muratura perimetrale della torre raggiunge i 90 cm di spessore, al piano terra lo spessore aumenta notevolmente in quanto la struttura della torre ha il muro “a sperone” che si allarga notevolmente. Al piano terra, a livello del pavimento, nell’angolo tra la parete sud e est, si nota un “ammanco” nel muro che potrebbe sembrare l’inizio dell’innesto di un volto nella muratura verticale il che potrebbe far pensare che inizialmente anche il solaio della camera al piano terra fosse stato voltato. Vicino in quell’angolo, mi conferma la proprietaria dello stabile che durante una ristrutturazione avvenuta verso la fine degli anni sessanta, avrebbero trovato dei buchi verticali anneriti di fuliggine simili a canne fumarie, una parte dove potersi sedere e una struttura che poteva far supporre che ci potesse essere stato un braciere o comunque a un posto dove poter accendere del fuoco. Questo edificio, seppur inglobato nelle abitazioni, ha una notevole importanza di carattere storico in quanto risulterebbe essere l’unica struttura giunta ai giorni nostri della porzione “vecchia” del castello adibita a funzioni di difesa, ossia quella parte che parrebbe essere stata costruita o rinforzata (quindi già esistente) attorno alla seconda metà del XIV secolo. Se guardando la torre civica possiamo “ammirare” i mattoni della rocca distrutta nel 1702 (la torre civica è stata costruita con i mattoni della rocca), guardando questa piccola porzione di torre possiamo scorgere una piccola parte nascosta del castello di Luzzara ancora in piedi dopo oltre sei secoli di storia.

Ringrazio Stefano Mora per la preziosa collaborazione; grazie a lui ed insieme a lui ho potuto visitare la “torre nascosta”. Un sentito ringraziamento anche a Francesca Gandolfi (proprietaria della torretta) per averci permesso di visitare l'abitazione.

a cura di Lorenzo Davoli

Antichi manoscritti inviati da Maurizio Lucchini

http://www.scribd.com/doc/43437747/antichi-manoscritti

L'idrometro "San Giuseppe"

Sull’argine maestro del Po, poco a nord della salita che da Via Croce porta in Viale Po, esiste tuttora un manufatto che conserva la memoria del fiume e della sua gente: l'idrometro. Il manufatto giace sulla scarpata dell’argine maestro sul lato verso la golena del Po ed è costituito da una scalinata in muratura rivestita in marmo bianco, che partendo dal piede dell’argine arriva fino alla sua sommità. A fianco della scalinata vi sono delle piastre di marmo con delle tacche su ogni centimetro e dei chiodi su ogni metro di quota; esso serve per misurare la quota altimetrica delle varie piene del fiume che raggiungono l’argine maestro. Non si hanno notizie certe di quando avvenne la sua costruzione, che probabilmente risale al XIX secolo; di certo esisteva nel 1907 durante la famosa piena del Po, come risulta dalla cartolina riportata di seguito.

Cartolina della piena del 1907 nella quale si vede l’idrometro - Collezione Paolo M.

Alla struttura originaria furono fatte delle aggiunte almeno due volte nel corso del tempo: negli anni successivi alle piene del 1907 e 1917 infatti l’argine venne rialzato di circa 80 cm e di conseguenza l’idrometro fu portato all’attuale quota di 10 metri , corrispondenti alla sommità dell’argine fino al dopoguerra. Già negli anni ’30 del XX secolo l’idrometro era denominato “San Giuseppe”, perché si trova in vicinanza della omonima corte “San Giuseppe”, di proprietà della famiglia Aldrovandi, la quale, vicino alla corte stessa, possedeva un oratorio dedicato al Santo, che venne demolito nel 1934 dall’autorità di bacino del Po per permettere il rialzo dell’argine in quel punto (cfr. libro “Grandi e Piccole Storie” di C. Bonazzi, pag. 72). Dopo la piena del novembre 1951 gli argini vennero rialzati nuovamente e all’idrometro venne aggiunto un soprasoglio in cemento senza scala graduata, solamente per permettere l’accesso all’idrometro. Negli anni 1997-98 l’idrometro venne salvato dalla sepoltura. In questo periodo l’argine fu di nuovo rialzato e rinforzato ai lati con una “scarpa” aggiunta al lato verso la golena, ed è ormai famosa la vicenda dell’idrometro salvato in cambio di una cassa di vino offerta da uno dei volontari che si è sempre occupato del manufatto. Negli ultimi anni ha visto il passaggio di altre due piene “storiche”: quella del 1994 (m 9,64) e quella del 2000 (m 10,30). Durante quest’ultima piena, per permettere la misurazione del livello, visto che la scala graduata finisce a 10 metri, fu necessario aggiungere un’asse di legno infissa verticalmente a terra, sulla quale vennero segnate delle tacche con un pennarello.

Particolare del segno della massima piena 1907


Asse di legno aggiunta all’idrometro durante la piena del 2000


Nel 2009, a seguito di lavori di ruspatura sull’argine, l’idrometro è stato “sfregiato” da una bennata dalle ruspe dell’AIPO, ma grazie ancora una volta ai famosi volontari è stato di nuovo salvato e segnalato con dei pali infissi sulla scarpata, in modo da evitare che in futuro venga deturpato. L’idrometro è chiamato comunemente dai luzzaresi “il Geometro”, termine che forse deriva da una storpiatura del termine "idrometro" associato alla parola "geometra", che nel pensiero popolare era colui che sapeva prendere le misure. In ogni caso comunque il termine "geometro", rispetto alla parola “idrometro” rendeva molto meglio l'idea della misurazione. Il manufatto è sempre stato ripulito e mantenuto accessibile da volontari del luogo, ma purtroppo, nonostante la dedizione di queste persone e al costante lavoro di pulitura dalle erbacce, l’idrometro versa in condizioni di manutenzione molto precarie: il marmo è incrostato, corroso e sporco - i dati risultano di difficile lettura - oltre ad essere rotto in diversi punti. Nonostante lo stato in cui di trova e l’incuria degli anni, questa costruzione è tuttora di grande utilità in quanto è l’unico manufatto presente in territorio luzzarese in grado di dare un parametro di misura delle piene del Po; se non esistesse, dovremmo riferire le piene a idrometri di paesi vicini come Riva di Suzzara o Boretto. Sarebbe auspicabile un interessamento da parte degli enti locali che ne permetta un recupero e un restauro come manufatto idraulico storico presente nel nostro territorio. Oltre all’idrometro San Giuseppe, segnaliamo che sulla via Alzaia, proprio a ridosso del fiume e di fronte all’arrivo di Viale Po (contro alla via alzaia stessa), esiste una scalinata in cemento, ormai coperta di erbe, sterpaglie e fango, che un tempo era anch’essa graduata, con tacche segnate sul cemento con vernice rossa. Di questo idrometro “artigianale” esiste una foto, che riportiamo:


Sarebbe interessante poter recuperare anche questo idrometro, che ormai versa in condizioni pessime.

IDROMETRO: ISTRUZIONI PER L’USO

Particolare della scala graduata dell’idrometro

La lettura dell’idrometro al primo colpo d’occhio potrebbe risultare di non facile interpretazione. Infatti, la scala graduata presenta tacche vuote (scavate nel marmo) e tacche piene. I centimetri corrispondono a ciascuna di queste tacche piene e vuote, una in successione all’altra (una piena, una vuota e così via). Ogni decina è segnata con un numero da 1 a 9 e a metà dei decimetri è presente una tacca che segna i 5 cm. Le quote riferite ai metri “pieni” infine sono contrassegnante da numeri romani e da una borchia infissa nel marmo. Di seguito riportiamo un disegno esplicativo della scala graduata dell’idrometro.

Schema di lettura della scala dell'idrometro

Lo zero idrometrico dell’Idrometro di Luzzara si trova a quota + 16,792 sul livello medio del mare ed il livello di guardia è a quota + 5,50 sullo zero idrometrico.

A cura di Mirko Anselmi, Lorenzo Davoli e Lorenzo Gorni

Luzzara Short Film Festival 2004

Luzzara Short Film Festival


Nel 2002 un gruppo di ragazzi appassionati di cinema decise di ideare e proporre all'amministrazione comunale un piccolo festival di cortometraggi da inserire nel programma delle settembrine celebrazioni per il centenario della nascita di Cesare Zavattini. Il successo di pubblico della manifestazione - favorito anche dallo splendido e capiente tendone montato nella centralissima piazza Toti - galvanizzò il comitato organizzatore che, sull'onda dell'entusiasmo, incominciò immediatamente a pensare ad una nuova edizione. Nel luglio del 2004 l'iniziativa migrò all'aperto, nel suggestivo chiostro dell'ex Convento degli Agostiniani (nel settembre del 2003 le proiezioni ebbero luogo nell'angusta sala della biblioteca, affollatissima per l'occasione), in posizione più defilata rispetto all'originaria ubicazione. Partito con una decina di corti in concorso, il festival divenne negli anni a venire sempre più importante per il numero e la qualità delle opere presentate (ricordo che nel 2005 la selezione dei filmati da inserire nel programma ufficiale comportò la valutazione di circa 200 lavori tra cortometraggi e documentari). L'ultima edizione del "Luzzara short film festival" (divenuto negli ultimi anni "Frontiere film festival") si tenne nell'estate del 2006.

foto edizione 2002
foto edizione 2003
video edizione 2004

La programmazione delle varie edizioni del festival
Luzzara Short Film Festival

a cura di Paolo Losi

Luzzara Short Film Festival 2003




Luzzara Short Film Festival 2002






Curiosando tra le opere d'arte luzzaresi - Pasquale Miglioretti

PASQUALE MIGLIORETTI


TOMBA BURIS LODIGIANI: Angelo custode con bambino morto

La scultura è situata nella “Cappella Buris Lodigiani” in cimitero a Luzzara ed è opera di Pasquale Miglioretti. Vi è raffigurato un Angelo custode che accoglie tra le braccia il corpo di un bambino morto; fu commissionata per la morte prematura del figlio Umberto. Pasquale Miglioretti nacque a Mantova nel 1823 e morì a Milano nel 1881. Miglioretti si formò presso l'accademia di Belle Arti di Milano; è l'autore della celebre "scultura dedicata a Dante" nell'omonima piazza di Mantova e del monumento "Genio dell'umanità" creato per il cortile d'Onore di Palazzo Ducale. Da molti anni questa bellissima scultura è rimasta dimenticata nel cimitero luzzarese tanto che la paternità dell’opera è stata recentemente scoperta dal dottor Massimo Davoglio Marani di Luzzara.

a cura di Lorenzo Davoli

Curiosando tra le opere d'arte luzzaresi - Michele Guerrisi

MICHELE GUERRISI

Monumento ai Caduti – Piazza Enrico Toti (1930)

“1930 – Per la cronaca va ricordata l'inaugurazione del monumento ai caduti nella grande guerra, posto in piazza Toti di questo capoluogo. Il monumento è opera di Michele Guerrisi dell’Accademia di Torino. La cerimonia inaugurale avvenne il pomeriggio del 4 novembre di quest’anno, anniversario della vittoria (1)."

Da una breve ricerca sul web ho trovato che Michele Guerrisi è nato a Cittanova il 22 febbraio 1893 e morì a Roma il 29 aprile 1963. Si laureò in lettere nel 1916 all’università di Napoli. Contemporaneamente conseguì il diploma di scultura all’Accademia di Belle Arti di Roma. Insegnò storia dell’arte all’Accademia Albertina di Torino dal 1924 al 1945 e dal 1946 titolare della cattedra di scultura all’Accademia di Belle Arti di Roma. Fu autore di numerosi monumenti pubblici fra i quali:

• agli Studenti Caduti per l'Università, a Napoli, 1923;
• ai Caduti di Cittanova, 1924;
• ai Caduti di Montecalvo Irpino, 1926;
• ai Caduti di Castellabate, 1926;
• al Poeta Ibico di Reggio;
• ai Caduti di Catanzaro, 1933

Espose alla Biennale di Venezia nel 1934 e nel 1936.

Sue opere di trovano nelle città italiane di Torino, Genova, Milano, Roma, Firenze e Reggio Calabria.

Guerrisi fu autore di alcuni libri di storia dell’arte italiana, tra i più importanti ed aperti per il suo tempo:
• Il Giudizio di Michelangelo, AVE Roma 1947;
• L'idea figurativa, Mondadori Milano;
• L'errore di Cèzanne, Nistri/Lischi Pisa 1954 (2).

Tra le sue opere più importanti vi sono: le lampade di bronzo ai lati della statua di S. Pietro nelle grotte vaticane (1950); la statua della musica per la tomba di Francesco Cila a Palmi (1951), il busto del senatore Vanoni a Palazzo Madama (Roma, 1959), la cappella del principe Brancaccio a Napoli (1963) (3).

Girando per il cimitero del paese (ala est) ho notato che sulla tomba di CONTI CAV. ALFREDO, nato a Parma nel 1873 e morto a Luzzara nel 1936 c’è un notevole bassorilievo in bronzo eseguito da mano molto abile (lo si nota in particolare dalla precisione nel segnare gli occhiali senza lasciare in secondo piano gli occhi, la cura del viso attenta alle pieghe della pelle) ed è firmato da Guerrisi. Non essendoci il nome (l’opera e’ firmata solo con il cognome) non ho la certezza matematica che si tratti dello stesso artista.

Guerrisi – Basso rilievo funebre di Conti Cav. Alfredo, Cimitero di Luzzara.

(1) Tratto da: “la chiesa di San Giorgio a Luzzara” pag. 196, Cronistroria di Mons. Freddi.

(2) Tratto da: “http://it.wikipedia.org/wiki/Michele_Guerrisi”

(3) Tratto da: “http://www.istitutodaempoli.it/guerrisi.htm”

a cura di Lorenzo Davoli

Curiosando tra le opere d'arte luzzaresi - La Pala di San Giorgio

La Pala di San Giorgio (1)


E’ il dipinto più antico presente in chiesa (1521). Ritrae San Giorgio, San Girolamo e la madonna con il bambino. E’ stato commissionato da Girolamo D’Arsago. Vi si legge che oltre ad essere Vescovo di Nizza era anche Grande elemosiniere della Regina che era Claudia D’Orlean, la regina di Francia, moglie di Francesco I. Nei secoli scorsi veniva attribuito a Bernardo Luini, Successivamente al Mazzola, ultimamente alla scuola di Giulio Romano. Esiste infatti un bozzetto che è al Louvre (2) di Giulio Romano dove al posto di San Girolamo c’è Santa Caterina ed il quadro è praticamente identico.

A sinistra - Pala di San Giorgio (1521), Chiesa di Luzzara. A destra - Disegno raffigurante la Madonna col Bambino, San Giorgio e Santa Caterina, Parigi, museo del Louvre.

(1) Chiesa di San Giorgio a Luzzara., pag. 91

(2) La ricerca è stata effettuata da Renato Berzaghi.

a cura di Lorenzo Davoli

U.S. Aquila basket - promozione in C (05/05/2006)

Link al video:

https://youtu.be/5eiZk6gpOnE

Alcuni toponimi di Luzzara

Caròbi: Carobbio, l'attuale via Tagliavini

Vèla ad sö: Villa Superiore, o Villa di Su, l'attuale Via Villa Superiore

Cantarana: zona delle poste

Boragh di carabinier: Via Soragna, un tempo c'era la caserma dei carabinieri.

Roca: piazza rocca (si dice tutt'ora "a stag in roca", cioè "abito in rocca", nonostante la rocca sia stata demolita 300 anni fa...)

Muntada ad Ters: Montata Terzi, la salita per l'argine sulla strada per Guastalla

Al Mulèn:
vicolo mulino.

Li Rosti: le Roste, la corte che c'è dietro al condominio Giardino

Al Cantòn: incrocio tra via Tomba e Via Sant'Anna, sulla strada per Casoni (dovrebbe segnare il limite tra Luzzara e la frazione di Casoni)

La Brucada: zona tra Tagliata e Villarotta

Al Màs:
il Maso, Via Rottazzo, la via dove c'è villa Paralupi. Una volta c'era anche il cartello stradale segnaletico come se fosse un paese vero e proprio e c'era anche la scuola elementare.

Usdàl vech:
Borgo ospedale vecchio, la zona appena a sud del centro di Luzzara, tra l'ex oratorio di san Francesco e la Strada per Guastalla, attuale via C. Iotti

Fugarèn: Fogarino, zona golenale tra Luzzara e Tagliata.

Boragh ad Po (o ad Luransèn):
Via Lorenzini zona della corte Sant'Antonio ai piedi dell'argine.

Cà mati: gli edifici che sono in fondo al vicolo delle poste.

Mestar:
casa vicino all'argine maestro situata in golena al fogarino Martinelli (prima casa a sinistra).

Muntada at beri:
salita sull'argine maestro da Via Rottazzo.

Mirko Anselmi e Lorenzo Davoli

Giuliano Razzoli a Luzzara

Link al video:

https://youtu.be/JOClFqfCb6s

Un giro a Po col mio amico Antony da Villarotta

Link al video:

https://youtu.be/mqX8BYH_e3c

Luzzara: la piena del 2000

Link al video:

https://youtu.be/pUkd1BFGU5k

Ricordando Giuseppe Dalai - "Gringo"

Link al video:

https://youtu.be/3J8IVytBQIU

Nevicata - 10/03/2010

Link al video:

https://youtu.be/a2q5Nr02j60

Arrigo Sacchi e Stefano Baldini ad U.S. Aquila for Africa 2009

Link al video:

https://youtu.be/S7NOInTGa_U

U.S. Aquila for Africa anno 1997

Link al video:

https://youtu.be/U5hlI_ggPY0

Sulla torre di Luzzara di notte

Link al video:

https://youtu.be/g273yMYbLfA

Teatro della Macina di Luzzara - anno 1998

Link al video:

https://youtu.be/Bl6c1dKJpFc

"Al vigil": una storiella di Guido Sereni

Ricordo che Guido Sereni (detto Milàn) venne alle elementari a parlarci di Zavattini e della poesia in dialetto. Mi ricordo che all'esame di quinta recitai a memoria, oltre alla poesia "Alle fronde dei Salici" di Salvatore Quasimodo, una storiella del poeta barbiere che riporto qui di seguito.

Al Vigil

An vigil al s'avsina cun buna intensiòn an vech ca travèsa la strada:
"vardè ca pasè ca gh'è ros!"
L'umèt al sa scüsa sensa rendas cunt...
"Avdì, bisogna ch'imparègh i s'gnai sa vrì stà ancor in pe!:
Cun al verd a pudì pasà, cun al şald stè chiet lè, e cun al ros bisogna ch'av firmèghi"
"Al m'à scüsa siur vigil, a m'al dèga n'atra volta, an cred mia ch'abia capì"
"Va ben, a vöi cl'av sia ben cèra: cun al verd a pudì travsà, cun al şald sgumbrè a la sveltina, e cun al ros Alt ferum lè; adès pas santìr s'am sun spiegà ben, d'gimal mo vö quant a pasè...!"
"Moh... vardè... me a pas sul al lündè quant a gh'è al marcà...!"

Era una storiella che raccontò durante l'incontro, e che la maestra ci fece scrivere per insegnarci un po' il dialetto (il che non è facile).

Mirko Anselmi

La scuola elementare di Luzzara prima della ristrutturazione

Link al video:

https://youtu.be/X3HkNm3BNYI

Un concerto di Natale

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https://youtu.be/PAExHE9yUjE

Ricordando Bagiàn

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https://vimeo.com/8424468

Un bianco risveglio - Luzzara 19/12/2009

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https://youtu.be/DuiW-c997bE

Il carnevale del 2002

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https://youtu.be/sLpH6KtEkrQ

Un treno a vapore passa per la stazione di Luzzara

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https://youtu.be/rHi3tWotclE

I cappelletti luzzaresi

Link al video:

https://youtu.be/9K0Wq8GiDBg

Luzzara, anno 1997 - Processione di Sant'Ignazio

Link al video:

https://youtu.be/yJbTQij6cA4

AVIS Luzzara story

Link al video:

https://youtu.be/cOSj26peI7s

U.S. Aquila for Africa anno 1995

Link al video:

https://youtu.be/8VlncfcAfzA

U.S. Aquila for Africa anno 2000

Link al video:

https://youtu.be/Zh8TEk-1jdc

Incubi di una notte di mezza estate

Link al video:

https://youtu.be/wJulIevmyeI

Torre di Luzzara: la campana piccola

Link al video:

https://youtu.be/YA3sdSue3-A

Il mio paese

Luzzara, tu sei il mio paese,

dove sono nato e morirò.

Di giorno sei come Roma,

tutta la gente va e viene,

di sera, invece, nessuno

si aggira per le tue vie.

Solo i cani e i gatti

si fanno compagnia durante la notte.

Luzzara, sei come una

famiglia per me.

Quando sono lontano da te

mi manca qualcosa di vitale.

Quando sono dentro di te,

sto bene come in un nido.

Se un giorno vedessi la torre crollare,

il mio cuore si spezzerebbe,

non riuscirei a vivere.


Autore: Ossama El Ailouki

fonte: concorso Circolo Culturale Torre anno 2003

La storia del nome Luzzara

C'era una volta un paesino sulle rive del Po che non aveva un nome. La gente s'interrogava su quale nome potesse andare bene a questo paese, finché un giorno un uomo propose di farlo decidere ai due pescatori più bravi del luogo: il Gringo e Oder. I due iniziarono a litigare; il Gringo ripeteva: "Me at scengi", e Oder rispondeva: "Me at ciochi". Decisero allora di fare una gara di pesca sul Po e chi avesse vinto avrebbe dato il nome al paese. Alla fine della gara Oder e il Gringo presentarono due lucci, ma, quando li pesarono, scoprirono che i pesci erano uguali. Non ci fu un vincitore, ma, visto che i pesci erano lucci, il popolo decise di chiamare il paese Luzzara.

Francesco Cani, Simone Sala - Scuola media E. Fermi di Luzzara

fonte: concorso Circolo Culturale Torre anno 2003

Concorso a premi "Luzzara che ride" - anno 1956

Storiella vincitrice del concorso

Piero Bellini aveva promesso a sua moglie, dopo una gran litigata, che sarebbe sempre tornato a casa la sera presto. Invece Lusan, Mingori e Pacén lo tirarono in una partita di carte che durò fin verso l'una di notte.

Pierino quella volta si levò le scarpe e cercò di non farsi udire dalla moglie, ma al buio sbatté la noce del piede contro la rete del letto e disse: "Ahi". Allora la moglie si svegliò e domandò sospettosa: "Ma che ore sono disgraziato!". "Le dieci" rispose Pierino grattandosi la noce del piede. La moglie rassicurata stava per voltare fianco, quando proprio in quel momento l'orologio della torre batté l'una. "E' l'una, disgraziato" - disse la donna accendendo la luce - "non senti?". Pierino, cominciando a levarsi la giacca disse: "At zè indré, t'anvrè mia che l'arloi al suna anca al zeru!" (Sei proprio indietro, non vorrai che l'orologio suoni anche lo zero!)

Autore: Piero Bellini

Il custode

Marco si adagiò, esausto, su una vecchia e scomoda poltrona del ventesimo secolo. I suoi lineamenti marcati erano celati dalla penombra della stanza ed i suoi occhi chiari, inespressivi, non lasciavano trasparire alcuna emozione. Una sigaretta priva di vita pencolava dalle sue sottili labbra rinsecchite. Profonde rughe solcavano il suo volto bruciato, precocemente invecchiato, screziato da sfumature più o meno ardite di rosso. Fissò una vecchia fotografia che adornava una scalcinata parete della stanza e, per qualche minuto, la sua mente si abbandonò al dolce fluire dei ricordi. La stanchezza ebbe presto il sopravvento. Sfinito si addormentò. Sognò un prato verde.

L'indomani si accontentò di una frugale colazione. L'esilio solitario nella zona desertica imponeva sobrietà nel mangiare e nello stile di vita. Ripassò nella mente le frasi che ormai da anni ripeteva, sempre uguali, agli sparuti gruppi di turisti che si spingevano fino a lì, luogo dimenticato da ogni divinità, per ammirare una traballante torre del diciottesimo secolo, ancora in piedi malgrado il tempo e l'uomo. Si spalmò il volto di crema schermante ed uscì incamminandosi, spettro errante in un silenzio irreale, lungo quella che in passato era stata l'arteria principale di una fiorente cittadina. Il suo passo era spedito; i visitatori sarebbero giunti sul luogo a minuti. Si fermò un attimo per rifiatare, alzò lo sguardo e sospirò. Il sole brillava già alto e minaccioso, padrone incontrastato di un cielo senza nubi.

Dopo cena accese il suo portatile e controllò la posta elettronica. Solo un messaggio. L'agenzia l'avvertiva di un possibile ritardo nel rifornimento di scorte alimentari. Poco importava. Gli rimanevano ancora cibo ed acqua a sufficienza. Nel gestire i consumi calcolava sempre probabili imprevisti. Come custode della torre aveva diritto al mantenimento. Oltre a questo, l'ATAIC (l'Agenzia per la Tutela delle Aree di Interesse Culturale) gli elargiva un modesto mensile. Scaricò dalla rete alcune pagine di un vecchio libro, cliccò sull'icona di un file musicale e, avvolto dalle note di Mozart, si tuffò nella lettura. Catturato dalla malinconia si accese una sigaretta. Fuori, una magica luna irradiava della sua languida luce riflessa lo scheletro di una città defunta.

A volte la solitudine può essere un peso insostenibile, opprimente e Marco era solo. Era l'ultimo rimasto, l'unico che non se ne era andato. Gli sconvolgimenti climatici dell'ultimo ventennio avevano progressivamente inaridito quella che un tempo era una ricca e fertile pianura. Gli abitanti erano a poco a poco emigrati, in cerca di miglior sorte, nei territori più a nord. L'idea di partire l'aveva sempre angosciato, il suo cuore era incatenato al luogo natio. Ma per sopravvivere in un'area ostile occorrevano mezzi e denaro. Nel tempo libero si era spesso occupato della vecchia torre, ne curava la manutenzione, ne conosceva la storia. Ammirava quell'assurdo "sigaro" svettante sopra i tetti degli antichi e scalcinati palazzi del centro. Stava ormai per rassegnarsi all'idea del distacco quando giunse inaspettata l'offerta dell'ATAIC. Accettò.

- Ciao, ci vediamo il mese prossimo! - disse Marco all'autista dell'agenzia che rispose a sua volta con un cenno di saluto, prima di avviare il suo furgone a propulsione solare. Pensieroso, guardò per qualche istante il veicolo allontanarsi e svanire tra una nube di polvere. Bastava così poco per tornare alla vita sociale. Il sole accecante lo ricondusse presto alla realtà. Si rimboccò le maniche e si mise al lavoro. Gli attesi rifornimenti erano arrivati, imballati in pesanti contenitori.

Si alzò all'alba dopo un sonno agitato. Avrebbe volentieri depennato dal calendario e dalla mente quell'odiato giorno, il giorno più triste. Stefania era morta dieci anni prima. Passò la mattinata a rimuginare il passato e a bere vino. Nel pomeriggio si addormentò. Si destò che era già buio. Aggiunse un bicchiere sporco all'accozzaglia di stoviglie accumulatasi in cucina, si stropicciò gli occhi ed uscì. Le stelle quella notte erano più luminose del solito. Salì per la scala esterna fino alla terrazza. Di lì lo sguardo poteva spaziare senza alcun limite nella volta celeste. Portò alle labbra un brandy di pessima marca, nonostante la testa si lamentasse di quel suo sconsiderato gesto. Individuò tra la miriade di corpi celesti la stella che lei più amava: un astro di media grandezza, poco appariscente, ma, nella sua modestia, funzionale ai suoi più nobili compagni, per rinnovare all'occhio umano, nella notte serena, un meraviglioso spettacolo. Nonostante fossero passati molti anni il ricordo di Stefania era ancora limpido nella sua mente. Ingollò ciò che rimaneva della bottiglia mentre la testa diventava un macigno difficile da sostenere. Sognò lo stormire di una quercia investita dal vento.

Quando si vive isolati dal resto del mondo il tempo si dilata, diventa un enorme recipiente vuoto che occorre necessariamente colmare per non impazzire. Le visite dei turisti erano sempre più infrequenti e Marco, abile meccanico, occupava le sue ore di libertà riparando vecchie biciclette. Ne aveva trovate a decine, abbandonate nelle cantine e nelle soffitte di fatiscenti edifici. Ultima della lista un'arrugginita Bianchi da corsa. Suo nonno, che era stato un discreto ciclista amatoriale, gli aveva spesso narrato le imprese, tra mito e realtà, di invincibili grimpeurs, capaci di aggredire, con agilità, pendenze da brivido, tra le urla della folla in delirio. Marco non aveva mai assistito ad una corsa ciclistica. Il ciclismo si era estinto prima che lui nascesse. Finì che il sole stava per calare. La Bianchi era pronta per il collaudo. Attendeva sempre il crepuscolo per uscire in bicicletta. Al tramonto l'aspro paesaggio si addolciva. Un refolo gli accarezzò dolcemente il viso. Sorrise.

Si coricò accanto al fuoco, nei pressi di una vecchia e pericolante baracca di pescatori. Un tempo, poco distante, scorreva un grande fiume, ma ora non ne rimanevano che ciottoli e ghiaia. Cadde in un sonno profondo e la sua mente fu presto visitata dai fantasmi del passato. Stefania sorrideva vicino a lui. All'alba, un rumore lontano lo destò all'improvviso. Afferrò la bicicletta e si diresse, come impazzito, verso il paese. - No, non può essere... - pensò, quasi a voler scacciare un funesto presentimento. Cominciò a piovere. Era la prima pioggia dell'anno, un evento raro.

L'autista bussò più volte senza ottenere risposta. Decise di entrare. La porta era aperta, ma di Marco nessuna traccia. Scaricò ugualmente i contenitori e nel mentre notò, senza troppo preoccuparsene, che la torre era scomparsa dall'orizzonte. Si accese una sigaretta, aspirò profondamente e ripartì.

Seduto sull'unica panchina della decrepita stazione Marco fissava la carcassa di una vecchia motrice. Come taglienti lame, i raggi del sole infierivano sui solchi del suo volto. Si alzò e, sospirando, si incamminò lungo gli arrugginiti binari dell'antica linea ferroviaria. Lungo quelle rotaie il treno non sarebbe mai passato.

Paolo Losi

Pubblicato sulla Gazzetta di Reggio nella rubrica racconti emiliani - 9 aprile 2001

Volantino partita celibi - ammogliati (anno 1939)


Documento di Eugenio Zoboli

Fotografie dall'alto della torre: album di Maurizio Lucchini








Fotografia manifestazione anno 1979


Fotofrafia inviata da Maurizio Lucchini

Noi ragazzi degli anni '70



Foto inviate da Luigi Begnardi

Il presepio del 1999


Fotografia di Lorenzo Davoli

Nevicata del 19/12/2009: album di Mrko Anselmi